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Focus

La famiglia adottiva di fronte alle sfide dell’adolescenza
Antonio D’Andrea, psicologo, psicoterapeuta familiare, Dirigente A.S.L. Latina – didatta Accademia Psicoterapia della famiglia di Roma

Premessa
La presenza nella società di molti modelli familiari (famiglie con un solo genitore, famiglie ricostituite, famiglie interrazziali, famiglie affidatarie e adottive) ci deve indurre ad avere un atteggiamento di umile curiosità per conoscere questi mondi affettivi e relazionali così complessi, evitare superficiali generalizzazioni e analizzare i diversi compiti di sviluppo che ciascuna famiglia dovrà affrontare nelle diverse fasi del suo ciclo di vita. È quindi importante che gli operatori sociali e sanitari che a vario titolo affiancano queste famiglie nel loro cammino da una parte siano consapevoli della complessità del loro funzionamento e dall’altra siano in grado di costruire un “lavoro di rete” che tuteli specialmente i soggetti più deboli come i bambini.
Per quanto riguarda, in particolare, la famiglia adottiva questa presenza attiva diventa operativa nella fase che precede l’adozione e che comunemente viene definita “il tempo dell’attesa”, al momento dell’ingresso del bambino in famiglia e durante il periodo dell’adolescenza, che rappresentano i tre eventi critici specifici che caratterizzano il ciclo vitale della famiglia adottiva. Affrontare questi eventi con consapevolezza e responsabilità non solo da parte della famiglia ma anche delle istituzioni e dei soggetti coinvolti nel processo adottivo permetterà di ridurre i fattori di rischio e consentirà una migliore riuscita dell’esperienza stessa.
In questo lavoro si cercherà di mettere in evidenza la specificità dell’adolescenza adottiva rispetto alla famiglia naturale, i compiti evolutivi che la famiglia adottiva deve affrontare e le risorse affettive, sociali e professionali necessarie, in questa fase, per conciliare da un lato il bisogno del legame di appartenenza e allo stesso tempo quello di stimolare i processi del reciproco svincolo. In questa cornice e alla luce delle considerazioni derivanti dall’esperienza clinica si cercherà di tenere presente che per il figlio adottato questo è soprattutto il tempo per cominciare quel delicato processo di ristrutturazione della propria identità attraverso la rivisitazione delle tappe fondamentali della sua storia e creare una continuità tra il tempo precedente l’adozione e quello attuale, ingredienti necessari per dare vita a un progetto di vita maturo. L’adozione si connota come un’esperienza complessa, da non associare necessariamente all’idea di problematicità, ma proprio per questo motivo per affrontare al meglio questo viaggio occorrono consapevolezza e un grande senso di responsabilità.


L’adolescenza
In ogni famiglia questo è il tempo della confusione, della delusione, dell’instabilità, della preoccupazione ma anche della riscoperta della soggettività, dell’esplorazione, dell’affermazione di sé, dove i diversi componenti a seconda del ruolo che ricoprono hanno il compito di trovare un nuovo equilibrio e nuove strategie per vivere le sfide che questo evento comporta.

Genitori: il rischio di dipendere dai figli
Durante il tempo dell’adolescenza i genitori spesso si trovano di fronte a un processo di “smitizzazione” del loro ruolo da parte dei propri figli. In questa fase, infatti, i genitori debbono fare scelte, prendere decisioni che non sempre sono gradite dai loro figli e che li possono rendere impopolari. Genitori che hanno paura di perdere l’approvazione e il consenso dei figli possono trovarsi in difficoltà e scoprire che una modalità educativa caratterizzata sul compiacere e accontentare i figli provoca una reciproca dipendenza e la paura di deludersi può mettere la famiglia in una condizione di paralisi. In passato questa era considerata la stagione dei conflitti mentre oggi sembra prevalere la logica del compiacimento e dell’evitamento.
Questo scollamento generazionale può portare a non incontrarsi ingenerando incertezza, confusione, vissuta da molti genitori e condivisa da molti adulti nell’incontro con ragazzi/e adolescenti, che, invece di alimentare un atteggiamento esplorativo, di curiosità, spesso rischia di spingerci su due binari paralleli che entrano in apprensione all’avvicinarsi di uno snodo. Insomma sembra che oggi si stia molto attenti a saper modulare una distanza nei rapporti, peraltro fisiologica e necessaria in questa fase, più che a saper gestire una vicinanza. Il rischio che si corre come adulti è di abdicare a quel ruolo di riferimento che dovremmo continuare ad avere, a non essere più considerati degli interlocutori credibili e di essere sostituiti tout court da altre “agenzie educative” che fanno più presa sui ragazzi e che, apparentemente, possono offrire loro maggiori garanzie.
Sia nei convegni che nei libri sempre più spesso si trova un luogo comune che i giovani hanno fatto proprio e che è diventato una critica severa verso il mondo degli adulti e che suona più o meno così: “Voi siete più preoccupati di capirci che di incontrarci!”. Come se prevalesse la necessità di inquadrare un mondo poco comprensibile e non fossimo capaci di affrontare quei rischi che ogni processo di conoscenza comporta.

Svincoli e nuove appartenenze
Comunemente si dice che questo è il tempo in cui il/la figlio/a adolescente conquista la propria autonomia e che i genitori debbono svolgere un paziente lavoro di mediazione per favorirla. Questo è sicuramente vero; ma è altrettanto vero che per promuovere un reciproco svincolo tra genitori e figli occorre anche dare un significato diverso alla propria appartenenza familiare, per evitare che questo tempo venga vissuto come il tempo dell’anarchia.
 Spesso, infatti, il motivo per cui molti genitori chiedono delle consultazioni cliniche in questo periodo è determinato dalla necessità di ri-stabilire delle regole che permettano a tutti i componenti la famiglia di non sentirsi nella propria casa come degli “ospiti di un albergo”. Le percezioni ricorrenti sono che in questa fase saltino tutti i momenti di incontro (dalla colazione alla cena, tanto per citare un luogo domestico, come la tavola, da sempre riconosciuto nella nostra cultura come contesto di incontro per la famiglia), la comunicazione risulti ripetitiva e banale (“come è andata a scuola?”) e si impoverisca l’area affettiva (chiedere a un figlio adolescente “Come ti senti?” a volte viene interpretato come un’invasione di campo e allora ci si astiene).
A fronte di queste incertezze e paure molti genitori credono di poter ri-trovare il senso della famiglia attraverso la riaffermazione delle regole e del controllo. Questa invece è l’età dell’ascolto attivo rispetto ai bisogni interni dei figli (i genitori non possono ridursi a considerarsi e ad essere considerati solo dei bancomat o dei tassisti), è il tempo della mediazione, della capacità di saper fare accordi e della riaffermazione delle proprie potenzialità propositive.
È sempre importante sottolineare che in questa fase una delle esperienze più significative per l’adolescente è rappresentata dall’appartenenza al gruppo dei pari, frutto di quella attività autonoma ed esplorativa al di fuori del contesto familiare. Questo a volte mette in apprensione i genitori in quanto attraverso queste scelte viene ridefinita la sfera del loro controllo e stabilito un confine mobile che il/la figlio/a pone con l’area di influenza dei propri genitori. Occorre vedere questo passaggio come un’opportunità ma anche come un rischio necessario da vivere. Il gruppo per l’adolescente rappresenta un riferimento significativo da un punto di vista affettivo, cognitivo e relazionale, non alternativo ai legami familiari: una vera e propria palestra di confronto, esplorazione e sostegno. Nel gruppo, inoltre, ci si arricchisce di quel patrimonio, diverso da quello familiare, utile per affrontare le sfide della vita e per costruire un ponte di contatto con il mondo sociale. In particolare per il/la figlio/a adolescente adottivo il gruppo dei pari rappresenta una opportunità di confronto e crescita per elaborare l’esperienza adottiva.

Essere genitori continuando a rimanere coniugi
Una famiglia con figli adolescenti deve trovare quel “giusto” equilibrio tra genitorialità e coniugalità. La nascita di un figlio, per gli impegni che questo comporta, spesso è vissuta (ed in parte è vero) come un’invasione dello spazio della coppia. Bisogna passare da uno spazio mentale, affettivo e reale di una diade a quello di una triade. Accudire un figlio, quindi, è sicuramente un compito impegnativo che rischia di far passare in secondo piano i bisogni di una coppia. Ma questa “mission” deve essere circoscritta nel tempo e non deve diventare esclusiva.
Oggi la coppia coniugale, a causa dei molteplici impegni che ha, della riduzione dei tempi di frequentazione e per le difficoltà di non poter fare sempre affidamento su altre risorse affettive e relazionali della famiglia allargata, si sente stanca e penalizzata. Questo può determinare un graduale allontanamento affettivo e provocare una sorta di disinteresse tra i coniugi. Un disagio che spesso viene rappresentato nelle consultazioni cliniche con frasi del tipo: “Da quando è nato nostro figlio non abbiamo più tempo per noi”, oppure nelle parole di queste coppie a volte si coglie quasi la sorpresa di come stanno andando le cose; come se il malessere che percepiscono si fosse fatto spazio in modo insidioso tra di loro senza che se ne potessero accorgere. Un malessere al quale i coniugi non riescono a dare un nome ma che spesso ha inizio con l’arrivo di un figlio, ritenuto un involontario responsabile della loro crisi.
In adolescenza quando i figli cominciano ad avere una maggiore autonomia quei coniugi che hanno trascurato il loro spazio coniugale si trovano a dover fare i conti con un vuoto intollerabile e ridare un senso al loro stare insieme indipendente dalla presenza dei figli. Questi ultimi spesso assumono una funzione di stimolo verso i propri genitori (“Perché questa sera non uscite e vi andate a mangiare una pizza?”), esprimendo da un lato il desiderio che mamma e papà siano felici e dall’altro che si possa “allentare” il controllo su di loro.
Diversa è la posizione di quei figli che all’interno della coppia hanno svolto una funzione di “collante”, “fertilizzante”, subendo una dinamica di triangolazione che in adolescenza va in crisi per due motivi tra loro ambivalenti. Il primo nasce dalla spinta da parte del figlio a “detriangolarsi” dai giochi disfunzionali della coppia; il secondo è l’espressione di un sentimento di lealtà che il figlio ha nei confronti dei suoi genitori, specialmente se è consapevole che lui/lei rappresenta il garante dell’equilibrio coniugale. Queste spinte opposte (desiderio di autonomia e senso di lealtà) possono mettere l’adolescente in una condizione di stallo conflittuale impedendogli di fare scelte mature. Sta ai genitori emanciparsi, svincolarsi da questa funzione impropria svolta dal figlio, affrontando i motivi che li hanno indotti a triangolarlo e incoraggiarlo verso la realizzazione della sua piena autonomia.


L’adolescenza adottiva
Se quanto finora detto riguarda tutte le famiglie con figli/e adolescenti quali sono le sfide specifiche che dovrà affrontare una famiglia adottiva?

Il tema delle origini e dell’identità
I cambiamenti somatici che il figlio adottato vive in questo periodo idealmente lo rimandano a figure fisicamente assenti ma identificabili attraverso il suo aspetto fisico. Cominciano a prendere sostanza domande come: “A chi assomiglio?”, “Perché sono stato adottato?”, “Perché sono stato abbandonato?”, “Perché mi trovo qui in Italia se sono nato in un altro Paese?” e questi quesiti, spesso non espressi, mettono quel/la figlio/a in diretto rapporto con la sua origine, con il suo abbandono, con la sua storia, con i suoi ricordi e con la sua adozione: temi tutti riconducibili con il processo di ristrutturazione della sua identità. Nelle consultazioni cliniche che avvengono in questo periodo questi adolescenti raccontano di sentirsi dei “figli sbagliati”, che non avrebbero dovuto nascere, che non sono degni dell’amore e delle attenzioni dei genitori adottivi oppure si domandano cosa avessero per non essere stati mantenuti dai loro genitori di nascita esprimendo forti sensi di colpa per l’abbandono subito. Le risposte ricevute in precedenza dai propri genitori non sono più sufficienti per placare quella inquietudine interna che un/a figlio/a adolescente adottato/a vive. Questo stato d’animo lo/la porta a cercare risposte in maniera più autonoma. Il viaggio alla ricerca delle proprie origini comincia in questa fase ed è prevalentemente un viaggio interiore (che forse prelude a quello reale che verrà fatto in seguito) che ha come scopo quello di dare un senso alla propria vita recuperando quei tasselli mancanti per la costruzione della propria identità.
Nei forum di figli adottivi in internet si trova frequentemente il desiderio di rivedere persone della propria famiglia per vedere a chi si somiglia. Questi dialoghi ci fanno comprendere quali percorsi mentali ed emotivi i figli adolescenti adottati fanno rispetto alle loro origini, quali sono le domande più frequenti (per es. si cerca di avere notizie più spesso sulla madre e di rado sul padre oppure sulle circostanze dell’abbandono si immaginano donne sole, giovani, nei guai “forse perché così è più facile giustificarle”). Dall’analisi di questi testi si trae la convinzione che non si cercano soluzioni ma la necessità di poter condividere questi pensieri, queste emozioni con persone in grado di accoglierli.
Le competenze maturate sul piano cognitivo, emotivo e relazionale permettono all’adolescente di ri-visitare la propria storia e ri-leggere il “racconto adottivo” con un atteggiamento critico e maggiormente aderente al piano di realtà. Nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza, infatti, il figlio adottato ridimensiona quegli aspetti mitici, romantici e favolistici che hanno caratterizzato il racconto della sua storia quando era bambino per interpretarla con gli occhi della consapevolezza con un impatto più doloroso e con la pretesa di colmare tutte le lacune oscure e ambivalenti di quel tempo che ha preceduto l’adozione.
Se questa storia ha trovato spazio, visibilità nella vita della famiglia adottiva, il/la figlio/a adottato/a sa che potrà contare sul sostegno e la disponibilità dei suoi familiari in questa ricerca. Diversamente potrà prevalere una strategia nascosta per accedere alle origini, motivata dalla necessità di non ferire i propri genitori che la interpreterebbero come un atto di slealtà e ingratitudine.
I genitori di fronte a queste inquietudini angoscianti possono provare vissuti di impotenza e inutilità e, spinti dal bisogno di proteggere il figlio e se stessi, essere portati ad agire, a intervenire per trovare soluzioni concrete e pratiche. In realtà occorre imparare a “stare a fianco” del/la proprio/a figlio/a. Questa presenza discreta e la disponibilità all’ascolto gli/le serviranno per non affrontare in solitudine queste angosce e vivere l’esperienza della sua diversità (specie con i suoi coetanei) con maggiore tranquillità.
Se in internet gli adolescenti si scambiano notizie ed emozioni relative alla loro condizione di adottati, i genitori adottivi si sfogano manifestando la loro delusione e impotenza di fronte ai cambiamenti dei loro figli dalla condizione di bambini (dove sono presentati come angeli adorabili e affezionati) a ragazzi (descritti come arroganti, maleducati e senza cuore). Senza voler dare troppa enfasi a questi sfoghi genitori e figli adolescenti hanno la necessità di ri-conoscersi e ri-collocarsi nel proprio mondo affettivo e relazionale come figure diverse che stanno cambiando e in questa prospettiva ri-adottarsi.

Creare ponti tra i diversi tempi della vita
In questa prospettiva la famiglia adottiva è impegnata a dare un significato evolutivo alla storia di nascita del/la figlio/a adottato/a, che non può essere lasciato solo di fronte all’impegnativo compito di integrare, saldare la storia precedente con quella attuale. La storia del figlio adottato diventa la storia della famiglia che lo adotta. Solo in questo modo il passato non si carica di significati ambivalenti e minacciosi per la stabilità del legame adottivo o per gli equilibri psichici del figlio adottato. Dare un senso di continuità tra la storia passata e quella presente offre così all’intera famiglia adottiva l’opportunità di ri-conoscersi in un’unica storia avvenuta attraverso la scelta adottiva e trasformarla anche in una esperienza riparativa dei traumi patiti.
Diversamente l’adolescenza, per le fisiologiche crisi che comporta, rischia di rappresentare un evento che divide il tempo precedente l’adozione connotato come il “tempo del danno” e quello adottivo come quello “della riparazione”, dove il primo si carica di presenze di figure ed esperienze negative e quello successivo di persone che si riconoscono una funzione salvifica nei confronti del/la figlio/a adottato/a. In realtà questa artificiosa suddivisione da una parte imprigiona e vincola le persone dentro ghetti mentali e dall’altra indebita il figlio adottato in un dinamica di riconoscenza dove si riducono gradualmente gli spazi della deludibilità e della libera scelta.
Il superamento di questa logica dicotomica e ambivalente del prima e del dopo l’adozione permette alla coppia adottiva e al figlio adottato di sentirsi legittimati come genitori e come figli di quella famiglia. Il processo di legittimazione, infatti, non nega l’origine diversa del figlio né il modo peculiare in cui l’adozione ha permesso a una coppia e a un bambino di diventare una famiglia ma integra queste diversità in maniera unitaria. Per i genitori adottivi legittimarsi comporta il superamento della “sindrome della valutazione”, dove ogni occasione (e il tempo dell’adolescenza viene considerato un banco di prova importante) viene utilizzata per verificare le proprie capacità genitoriali (es. “se va bene a scuola allora sono stato un buon genitore”) e per il figlio adottato nel sentirsi legittimato non solo quando corrisponde alle aspettative dei suoi genitori.
Inoltre considerare la storia d’origine del bambino solo come fonte di danno pone la questione di aver adottato un figlio danneggiato. Questa idea, che riacquista forza proprio nel periodo adolescenziale, quando cioè la famiglia è chiamata a vivere la fase del reciproco svincolo mette in difficoltà specialmente quelle famiglie che ritengono di non aver esaurito il loro compito riparatore. In realtà queste famiglie, incontrate nella consultazione clinica, sono impigliate in una dinamica di reciproca dipendenza i cui principi ispiratori sono la convinzione da parte dei genitori di sentirsi indispensabili nella vita del figlio e quest’ultimo a non credere nelle proprie capacità. Con queste affermazioni non si vuole negare il trauma subito dal bambino attraverso l’esperienza dell’abbandono ma che questo deve essere visto come riparabile nel tempo e non come un danno cronico.
Inutile aggiungere che rispetto a quanto affermato più sopra, un impegno così assorbente manda “in pensione” la vita coniugale con il risultato che il/la figlio/a adottato/a, suo malgrado, con il suo arrivo si possa sentire responsabile di questo precoce pensionamento con sentimenti facilmente immaginabili arrivando a pensare che il tempo in cui mamma e papà erano felici come marito e moglie appartiene a un tempo precedente alla sua adozione. Nella clinica adottiva, infatti, è frequente raccogliere storie di figli adottati che in qualche modo sentono che la felicità dei propri genitori dipende dai loro risultati e successi ottenuti a scuola, su un campo di calcio o in un saggio di danza. Questo “vivere per il figlio” trasforma il legame familiare in un vincolo dove diventa più difficile sia deludere le aspettative che fare delle scelte autonome e indipendenti.
 
Adottare un/a preadolescente
Negli ultimi anni il mondo dell’adozione sta cambiando e si adottano sempre più frequentemente bambini preadolescenti e adolescenti. Sicuramente questo rappresenta un fattore che aumenta il livello di complessità richiedendo maggiore attenzione e sensibilità nei confronti dei bisogni di questi/e figli/e.
Il primo elemento di complessità è rappresentato dall’età del/la figlio/a in quanto sia i genitori che i figli sono chiamati al delicato compito di conciliare sia il bisogno di costruire un legame di appartenenza sia di favorire quelle spinte naturali e fisiologiche verso l’autonomia che questa età comporta. Questo duplice impegno può essere assolto anzitutto se i genitori saranno affiancati dagli operatori che hanno seguito l’adozione, sostenuti dalla famiglia allargata ma anche dall’aiuto di altri genitori che hanno vissuto la medesima esperienza. Inizialmente questo lavoro di rete ha lo scopo di favorire la reciproca conoscenza e un graduale adattamento tra genitori e figlio/a ridimensionando quelle fisiologiche difficoltà che un inserimento di questo tipo comporta.
Alla luce di questi cambiamenti e dopo una prassi abbastanza consolidata per preparare le coppie ad affrontare con consapevolezza e responsabilità la scelta adottiva sembra necessario impegnarsi maggiormente per preparare anche questi/e ragazzi/e a meglio comprendere il senso dell’adozione stessa. Il focus centrale di questo complesso lavoro consiste nel mantenere viva nella mente e nel cuore di questi ragazzi/e il significato di essere figlio/a, che cosa sia una famiglia e che cosa vuol dire avere un padre e una madre che debbono essere viste come due figure di riferimento per i propri bisogni.
Sottolineare la necessità di questo delicato compito, propedeutico all’adozione di ragazzi/e preadolescenti, scaturisce dal fatto che le difficili esperienze vissute nel tempo precedente l’adozione possono avere provocato un processo di adultizzazione precoce portandoli a credere di essere autosufficienti e di non aver bisogno degli adulti. I genitori adottivi, in particolare, devono essere aiutati a distinguere le reali competenze concrete e pratiche che i bambini hanno e che vanno valorizzate da quelle affettive. La presunzione di potersela cavare da soli può mettere questi bambini nella condizione di non riconoscere i propri bisogni reali, non rivolgersi con fiducia a delle figure adulte di riferimento, in definitiva a non sapersi porre nel rapporto nel ruolo di figlio/a. In questa prospettiva vanno visti anche tutti quegli atteggiamenti di sfida che si presentano in queste famiglie, da interpretare più come una verifica per la costruzione di un rapporto fiduciario con l’adulto che come forma di ribellione o, peggio, di rifiuto. È chiaro che i genitori adottivi possono mostrarsi sensibili e maggiormente esposti a questi atteggiamenti di sfida da parte dei figli/e. Le esternazioni più frequenti nelle consultazioni cliniche in questa fase sono: “Perché questa ragazza ce l’ha con noi? Cosa le abbiamo fatto? Forse non le piacciamo!” che preludono a una messa in discussione del rapporto che si sta avviando. In realtà incontrarsi in gruppi di auto-mutuo-aiuto in questa fase serve a ridimensionare il senso di queste sfide a saperle affrontare con uno spirito meno difensivo o reattivo.
La sfida sembra un ingrediente che caratterizza la relazione adottiva e che si presenta in diversi momenti del ciclo di vita di queste famiglie. Quando per es. un figlio adottato dice: “Tu non sei il mio vero padre quindi non mi puoi dire nulla!” lascia quel genitore sconcertato, confuso e può riattivare la “sindrome del genitore sostituto” (che alcuni genitori adottivi manifestano nel confronto con quelli naturali); ma è proprio in quel momento che quella sfida va raccolta non “fuggendo” mostrandosi arrabbiati o offesi. Potremmo forse leggere quella provocazione anche in una maniera diversa, per es. “Fammi vedere che tu sei mio padre, dimostrami che io mi posso fidare di te, che sei in grado di sostenermi” e allora quella sfida sembra più una richiesta di aiuto, la ricerca di un rapporto che di una messa in discussione del ruolo paterno!
Credo che una delle difficoltà che possono incontrare i genitori che adottano figli preadolescenti sia quella di comprendersi (anche rispetto alla lingua diversa, alle abitudini diverse, ecc.), capirsi per stabilire quella giusta distanza/vicinanza emotiva che permetta loro di non essere percepiti né come troppo invadenti né come distanti. Imparare a relazionarsi con la reale età del bambino serve a non “infantilizzarlo” (crederlo più piccolo di quello è) né a responsabilizzarlo eccessivamente con aspettative elevate. Ci sono ragazzi per es. che debbono essere aiutati a ri-costruire un rapporto più sereno con la propria corporeità e allora nei primi contatti possono non gradire eccessivi contatti, carezze. Questo atteggiamento (spesso difensivo) non deve essere interpretato come una forma di rifiuto ma come un messaggio relativo al tempo necessario per arrivare ad avere un rapporto così confidenziale. Altri, al contrario, sembrano affamati di fisicità, nonostante siano già grandicelli, e allora si buttano addosso ai propri genitori e non si staccherebbero più. Queste riflessioni ci debbono mettere in guardia da facili generalizzazioni (non ci sono ricette da applicare!) e sapere che un legame di attaccamento richiede pazienza, dedizione e affetto.
Purtroppo in questo processo di conoscenza e reciproco adattamento possono trovarsi in serie difficoltà quei genitori che avevano l’aspettativa, la fantasia, spesso negata o taciuta, di adottare un figlio più piccolo. Di fronte alla realtà di un figlio più grande possono manifestare un’ansia particolare di fronte a questi atteggiamenti del/la figlio/a interpretandoli tout court come una forma di rifiuto oppure cercare una conferma all’avvenuto legame attraverso comportamenti o strategie eccessivamente premurose e protettive che fanno sentire il/la figlio/a come più piccolo/a di quello che è.
Il/la figlio/a adottato/a e l’adolescente in particolare è anzitutto portatore di molteplici risorse che debbono essere riconosciute e accolte. Il corpo, il nome, la storia, la lingua, la cultura, ma anche le esperienze traumatiche e dolorose di questi figli e che fanno parte della loro struttura identitaria rappresentano un dono da valorizzare nel patrimonio affettivo e relazionale della famiglia adottiva. Questo messaggio, che deve essere chiaro e inequivocabile, farà sentire quel/la figlio/a come degno di amore, attenzione e cura e rappresenterà di nuovo quella base sicura per la propria autostima necessaria per affrontare con fiducia le varie sfide della vita che lo/la attendono.


Conclusioni
La complessità dell’esperienza adottiva deve indurre tutti i soggetti e i sistemi coinvolti a vario titolo nelle diverse fasi del processo a riconoscere che la buona riuscita di un’adozione dipende dall’attenzione e dal contributo di tutti e dalla capacità di promuovere quelle iniziative sociali che possano contribuire a creare una cultura adottiva. L’adozione, come spesso è stato detto, non è un’esperienza privata né tanto meno riguarda solo la famiglia adottiva ma è l’intera società che di fronte alla inadeguatezza di due genitori che non sono stati in grado di prendersi cura di un/a figlio/a si assume la responsabilità di offrirgli/le nuove opportunità per vivere una propria vita. In questo senso l’istituto dell’adozione non ha come scopo solo quello di reperire una nuova famiglia per quel/la bambino/a ma di attivare e sensibilizzare tutte quelle persone e contesti che frequenterà (scuola, catechismo, palestra, gruppo dei pari, ecc.) per farlo/a sentire adottato, nel senso più ampio, anche da loro. Questo impegno rappresenta una sfida civile importante in un momento storico in cui quelle forme di discriminazione e di emarginazione che si colgono nei confronti della diversità non coinvolga nei contesti più vari anche il figlio adottato. Il principio dell’integrazione infatti non si basa sulla stigmatizzazione della diversità ma nel saperle riconoscere un valore che arricchisca tutti.